Luigi Ghirri, Ferrara, 1979
Archivio Luigi Ghirri - Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, Archivio Eredi di Luigi Ghirri

Sulla tecnica

La tecnica fotografica è odiosa, vero?
Sì, ma non tanto. La trovo molto semplice. Molti tendono a complicarla senza ragione.

La frequentazione degli artisti concettuali modenesi agli inizi degli anni Settanta matura in Luigi Ghirri una attenzione minima verso la tecnica fotografica, lontana da quella ricerca cara ai fotoamatori tese alla resa di effetti speciali o alla specializzazione dei professionisti.
Per Ghirri, infatti, il fare fotografia si manifesta essenzialmente nell'atto di guardare e la tecnica serve per mostrare il pensiero.

La prima macchina fotografica che Luigi Ghirri utilizza all'età di 14 anni è una Comet Bencini (24x36 mm). A quest'epoca fotografa solamente in bianco e nero perché le pellicole a colori erano costose. Affidava il trattamento delle pellicole a laboratori, infatti Ghirri non si cimenta mai nel lavoro di camera oscura. Nel 1967-68 Luigi Ghirri acquista una Voigtlander Bessamatic (24x36 mm) a telemetro corredata da un'ottica fissa 50 mm. Le fotografie in bianco e nero scattate da Luigi Ghirri dal 1968 al 1970 circa, appartenenti alla raccolta di Franco Guerzoni, sono state probabilmente realizzate con questo apparecchio fotografico, infatti gli sfuocati dei primi piani delle immagini raffiguranti oggetti denotano i limiti del mezzo. In un secondo momento Ghirri e Guerzoni acquistano una macchina fotografica reflex. Con questa macchina sono state scattate le immagini del Periodo iniziale. Contemporaneamente utilizza la Olympus Pen (24x18 cm), un "mezzo formato" per raccogliere appunti visivi.
Sulla scelta di utilizzare esclusivamente il colore, Ghirri scrisse: "Fotografo a colori, perché il mondo reale non è in bianco e nero e perché sono state inventate le pellicole e le carte per la fotografia a colori...".
Nel 1977-1978 lavora con una Canon F1. Dal 1979 utilizza le pellicole della Polaroid che la stessa ditta gli fornisce con le macchine fotografiche quali una Polaroid 600, tra le ultime possedute da Ghirri, e una Mamya con dorso Polaroid. Nel 1980 è invitato ad Amsterdam dalla Polaroid International per sperimentare il grande formato (50x60 cm) della Polaroid.
Negli anni Ottanta acquista una Pentax 645 (6x4,5 cm) e Pentax 670 (6x7 cm) corredata di diverse ottiche.

Ottiche
"Uso prevalentemente l'obiettivo normale, e poi in egual misura grandangolo e medio tele, non uso filtri, e lenti particolari. Non mi piace far vedere l'obiettivo usato".

La stampa
Già dal periodo iniziale Luigi Ghirri affida lo sviluppo dei negativi e la stampa dei positivi al laboratorio di Arrigo Ghi (1968) a Modena. È molto esigente nell'ottenere semplici stampe, ma che devono coincidere perfettamente con la sua idea iniziale dell'immagine. Nel 1979 scrisse: "Ho sempre affidato sviluppo e stampa a laboratori standard, non mi ha mai interessato la produzione di oggetti da collezionismo, né tanto men fare operazioni di maquillage. Il gesto estetico e formale è già compreso in quello di fotografare. In questi laboratori hanno una qualità di stampa e di patinatura delle superfici ottima; e il problema della forma fotografica, con gli inevitabili rimandi alle cure esasperate in sede di stampa, viraggi, mascherature per ottenere un risultato ulteriormente "oltre", non mi ha mai affascinato."
Dagli anni Ottanta inizia la stretta collaborazione e ricerca con lo stampatore Arrigo Ghi. Ricerca che sfocia nella realizzazione di stampe a colori dai toni particolarmente delicati come, ad esempio, quelle realizzate a Versailles nel 1985 di cui l'autore lascia una breve descrizione tecnica: "[In queste immagini] non ci sono state eccessive alterazioni, se non quelle di adattare un procedimento di stampa per restituire nelle fotografie le percezioni del luogo che avevo avuto nella realtà, combinando punti di vista, spazialità ed equilibri cromatici."

Formati dei positivi.
Le fotografie rispecchiano per la maggior parte i formati della carta fotografica standard. Gli album dei provini a contatto, conservati nell'Archivio Ghirri, mostrano che l'autore interviene raramente sull'inquadratura operando dei tagli dell'immagine in camera oscura e che il negativo, o diapositiva, sono pensate e realizzate inquadrando il soggetto esattamente come l'autore lo vede e lo pensa, riducendo al minimo l'intervento dello stampatore nella realizzazione dell'opera. La partecipazione dell'autore, in fase di stampa, si limitava al controllo cromatico.


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