Luigi Ghirri, Venezia, ????
Archivio Luigi Ghirri - Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, Archivio Eredi di Luigi Ghirri

Massimo Mussini

Il passaggio attraverso la fotografia di Luigi Ghirri si è consumato nell'arco di venti anni. Un tempo breve, ma sufficiente a farlo diventare uno dei venti fotografi più significativi del XX secolo, secondo i curatori della mostra Photographie 1922-1982 tenutasi a Colonia nel 1982.
Comunque lo si voglia riconoscere, il ruolo da lui rivestito nella fotografia contemporanea è certamente stato rilevante e lo attesta il cambiamento che ha impresso al modo di rappresentare il paesaggio nel corso degli anni Ottanta e in genere alla fotografia italiana dell'ultimo quarto del secolo.
Nato a Scandiano (Reggio Emilia) nel 1943, ha trascorso l'infanzia e la prima giovinezza fra Sassuolo e Modena. Qui ha tenuto la sua prima mostra nella saletta di un albergo cittadino nel dicembre 1972, circa due anni dopo aver iniziato a fotografare come dilettante e a scattare immagini per alcuni amici artisti che operavano all'interno del Concettualismo e dell'Arte Povera. L'esperienza è stata importante, perché lo ha indirizzato verso una lettura della realtà completamente differente da quella usuale alla fotografia italiana di quegli anni e lo ha condotto a lavorare intorno al tema del valore ambiguo assunto dalla figurazione fotografica e a indagare il ruolo che l'immagine andava progressivamente assumendo nelle abitudini visive dell'uomo contemporaneo. A questo proposito, uno dei concetti che amava spesso ripetere a quel tempo era che ormai il mondo non era più conosciuto attraverso l'esperienza visiva diretta, ma mediante la sua riproduzione fotografica.
Una mostra alla Galleria "Il Diaframma" di Milano lo ha fatto conoscere a livello nazionale nel febbraio del 1974 e, da quel momento, le sue immagini hanno a circolare per il mondo. Menzionato come discovery del 1975 dalla rivista statunitense "Time-Life Photography Year", nel 1979 l'Università di Parma gli ha dedicato una mostra antologica che ha segnato il giro di boa della sua attività fotografica. Nel catalogo, infatti, accompagnava le sue ricerche con una serie di riflessioni che lo hanno condotto a riepilogare le sue esperienze precedenti e ad avviare un nuovo percorso, indirizzato questa volta soprattutto alla lettura del paesaggio, un genere che ha caratterizzato la sua produzione degli anni Ottanta. Durante quel decennio Ghirri ha organizzato anche un'attività intensa di promozione culturale, organizzando alcune mostre collettive a tema, da Penisola e Viaggio in Italia (1984), a Esplorazioni sulla Via Emilia (1986), a Giardini in Europa (1988), che hanno contribuito decisamente a modificare la lettura fotografica del paesaggio.
Quando ormai era considerato uno dei maestri della fotografia del XX secolo ed aveva realizzato il sogno della sua vita, l'acquisto di una vecchia casa in campagna, a Roncocesi, nei dintorni di Reggio Emilia, veniva rapito dalla morte nella notte del 14 febbraio 1992.
La sua produzione può agevolmente essere divisa in due parti: una fase più razionale, tipica degli anni Settanta, in cui l'immagine richiede un impegno mentale per essere compresa, ed una successiva, che si sviluppa negli anni Ottanta, in cui la fotografia esige una lettura emotivamente partecipe.
La prima fase è nata dal rapporto con l'arte contemporanea, e col Concettualismo in particolare, che lo ha condotto al rifiuto sia degli estetismi della fotografia amatoriale, sia dell'uso ideologico e politico che caratterizzava le immagini di reportage nei primi anni Settanta. Le fotografie sono caratterizzate dalla scelta di inquadrature rigorose, geometricamente impaginate, che tentano di celare la personalità del fotografo dietro l'apparente neutralità dell'immagine. Si tratta in realtà di fotografie dalla innegabile valenza estetica, ma lieve, non cercata e generata soltanto dalla straordinaria capacità di selezione visiva del fotografo e dal suo continuo confronto con la cultura del suo tempo.
Le ricerche di quegli anni nascono da precisi progetti, ma poi si sviluppano come per gemmazione una dall'altra, seguendo talvolta le suggestioni associative suggerite da immagini già scattate, e così molte fotografie vengono riutilizzate in raggruppamenti nuovi, acquisendo quasi il valore simbolico che assumono le carte da gioco a seconda delle diverse combinazioni.
Negli anni Ottanta le immagini di Ghirri hanno progressivamente virato verso il tentativo di raffigurare non tanto degli oggetti (nel caso specifico, il paesaggio italiano logorato da secoli di rappresentazioni artistiche), quanto il sentimento che la visione di spazi carichi di memorie storiche sapeva suscitare nel suo animo. Non si è trattato di un'involuzione verso un romanticismo ritardatario, ma ancora una volta del desiderio di consegnare all'immagine fotografica il compito di guidare l'individuo, ormai completamente condizionato dagli stereotipi visivi, fotografici o televisivi, verso il recupero della facoltà immaginativa. L'immaginazione, infatti, era per Ghirri il segno della presenza del sentimento, cioè della facoltà che rende l'uomo aperto, generoso e disponibile verso i suoi simili, ma soprattutto gli restituisce la spontaneità della visione, la capacità di gioire delle piccole cose entro le quali si cela la bellezza. Una bellezza che Ghirri ha saputo cogliere nell'immobilità ordinata e silenziosa dei suoi paesaggi, nelle tonalità tenui, nell'armonia cromatica che rendono le sue immagini inconfondibili. (Reggio Emilia, 2 febbraio 2001)

 


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